Ci sono libri che scorrono veloci eppure lasciano tracce profonde. Il sequestratore di ricordi di Filomena Arienzo è uno di questi: un romanzo breve ma carico di significato, che ci invita a riflettere su cosa siamo davvero senza i nostri ricordi, e su quanto il passato – anche quello che tentiamo di dimenticare – continui a influenzare il nostro futuro. Con uno stile delicato ma intenso, Arienzo ci porta in un viaggio emotivo tra memoria, dolore e identità, esplorando i silenzi e le fratture di una donna segnata da traumi e malattia. In questa recensione vi racconto cosa mi ha colpito di più e perché, secondo me, vale la pena leggerlo.
La canzone per questo libro?
Il sequestratore di ricordi è un romanzo breve, di appena 148 pagine, pubblicato da Pav Edizioni e disponibile anche su Kindle Unlimited, scritto da Filomena Arienzo. Ma non fatevi ingannare dalla sua lunghezza: questa è una storia che lascia un segno profondo, fatta di ricordi perduti, silenzi da interpretare e dolore da elaborare.
UNA STORIA SOSPESA TRA VERITà E IMMAGINAZIONE
E’ una storia sospesa, delicata, ma anche dura in certi momenti. Ci porta nel mondo di Giuditta, la protagonista, e dei suoi figli, che alla morte della madre trovano un diario in cui lei racconta di aver vissuto una vita completamente diversa da quella che Luca e Angelo conoscono.
Giuditta, però, oltre ad avere una fervida immaginazione, era anche malata di Alzheimer, quindi intorno a loro si delinea una realtà che si frammenta: ricordi che si perdono, voci che si mescolano, solitudine, domande. Inizia così un viaggio nel passato della madre attraverso foto, scritti, oggetti e testimonianze, ognuno dei quali fornirà un tassello in più per la scoperta della verità. La cosa che più mi ha colpito, di tutta questa faccenda, è sicuramente questo intreccio di realtà e immaginazione, che ci fa immergere in un mondo quasi onirico.
IL “SEQUESTRATORE DI RICORDI”: SIMBOLO DI PERDITA E MEMORIA
Nella storia c’è una figura simbolica: il “sequestratore di ricordi”. Dal titolo potrebbe sembrare quasi un giallo o un thriller, e invece è qualcosa di molto più sottile: un viaggio dentro la memoria e dentro il dolore, che porta anche a chiederci: come si supera un trauma? Cosa succede quando smettiamo di ricordare?
Ovviamente, il sequestratore di ricordi è sia una figura allegorica che un simbolo: sicuramente l’Alzheimer è uno degli elementi che si nasconde dietro questa parola, ma non solo…
Il “sequestratore di ricordi” può essere tante cose: una persona, una malattia, una difesa della mente… Ognuno troverà la propria interpretazione.
Sono in un altro mondo, ancora una volta, come sempre, nel mio mondo: quello della mia mente, quello dei miei pensieri, un mondo che non mi appartiene e che vicendevolmente non mi vuole in esso.
La trama in sé è originale, con vari colpi di scena che lasciano sempre più a pensare e a interrogarsi su quale sia effettivamente la verità, quale sia stata la vera vita di Giuditta, e sebbene non ci siano dei veri e propri plot twist, queste piccole rivelazioni fanno il loro dovere, e riescono a sorprendere quanto basta per far correre l’immaginazione e fare un po’ di voli pindarici. La storia inizia dapprima in maniera lenta, poi piano piano il ritmo aumenta sempre di più, passando dal passo al trotto, nonostante rimanga molto introspettivo e intimo.
Nessuna nota, nessun disegno, nessuna scultura appartiene a quanto mi circonda, eppure è lì: imponenete nella mia testa.
La protagonista di tutta la storia è Giuditta: sebbene anche i suoi figli siano dei co-protagonisti, la vera regina di tutto è proprio la loro madre che, anche non avendo avuto tante occasioni di conoscere direttamente, scopriamo man mano nelle pagine del suo diario.
Con poche parole ci è già chiara la sua personalità, i suoi problemi, nonostante alcuni particolari li scopriremo solo più avanti, ma quello che emerge fin da subito è che Giuditta è tanto umana. Forse in questo romanzo emergono più i suoi difetti, anche se di difetti non possiamo proprio parlare: sarebbe meglio dire debolezze; ma non è forse questo che la rende viva? Tutti noi potremmo essere Giuditta, e questo la fa sentire tanto vicina a noi.
Non c’è una vera e propria crescita dei personaggi, a mio parere, parlando di Luca e Angelo, ma c’è da dire che il romanzo si sviluppa nell’arco di pochissimo tempo — questione di giorni — quindi a parte per la scoperta del diario e la sua accettazione o rifiuto, non c’è un vero sviluppo.
Il romanzo riflette su temi universali: la memoria, l’identità, il dolore, la fragilità umana; è una storia che parla di traumi non risolti, di passato che si cerca di cancellare, ma che continua a riaffiorare, in un modo o nell’altro.
Tutto questo è trattato con estrema delicatezza, e lascia riflettere il lettore, portandolo a farsi delle domande: in che modo si può superare una perdita, un trauma? Quanto influisce la solitudine su un animo già profondamente segnato? Come si può accettare il proprio passato e andare avanti con la propria vita, specialmente quando un dolore grande ci ha colpito?
C’è, ovviamente, una grande componente psicologica e una componente esistenziale all’interno del romanzo, ed è una storia che lavora in profondità, delicatamente.
La mia mente si è come bloccata e, ancora pensando all’accaduto che mi ha portata a riflettere su quanto a volte possano essere spietate le persone verso altri esseri umani, rivolgo nuovamente lo sguardo allo spettacolo della natura sotto di me, che attendeva con trepidazione che il suo spettatore più riconoscente gli elargisse tutta la sua attenzione. La visione di quell’immenso oceano mi porta di nuovo nel mio mondo, un mondo molto diverso da quello reale, a cui ora più che mai non voglio assolutamente appartenere.
L’ambientazione è piuttosto definita, ci si trova in luoghi specifici, ma non sono così importanti: ci saremmo potuti trovare benissimo altrove e la cosa non sarebbe cambiata. Anche questi luoghi li vedo più come dei simboli: c’è la casa di riposo di Giuditta, c’è il paese dove abitava prima di essere ricoverata, e c’è New York. Li si percepisce, però, in maniera quasi astratta, complice anche l’atmosfera, appunto, onirica e malinconica che ci accompagna per tutto il corso del romanzo.
UN LINGUAGGIO POETICO E RICERCATO
Lo stile di scrittura è uno dei punti di forza del romanzo: elegante, sensibile, ma accessibile, ricco di immagini e suggestioni; non è un linguaggio complesso. Fa sentire il libro, piuttosto che leggerlo. Filomena Arienzo è stata saggia: la narrazione alterna una voce esterna a brani in prima persona tratti dal diario di Giuditta, creando un gioco di prospettive che coinvolge e un po’ confonde, proprio come accade con i ricordi.
Questa scelta stilistica genera un’atmosfera, come dicevamo più su, onirica e malinconica, che accompagna il lettore per tutta la durata del romanzo. Alcune parti possono risultare volutamente sfuggenti, ma fanno parte di un effetto narrativo ben costruito, capace di farti sentire all’interno della mente della protagonista.
TEMI CENTRALI DEL ROMANZO
Nel complesso, i temi che troviamo all’interno del romanzo sono:
- l’Alzheimer e la perdita della memoria;
- il confine tra realtà e immaginazione;
- il lutto e l’elaborazione del dolore;
- la solitudine e il peso del passato;
- l’identità e la ricostruzione di sé.
Il romanzo invita il lettore a interrogarsi: cosa resta di noi quando perdiamo i nostri ricordi? E ancora: possiamo davvero sfuggire al nostro passato, o finiamo sempre per confrontarci con esso, anche inconsapevolmente?
CONSIDERAZIONI FINALI
Ricapitolando: ho apprezzato tanto la scelta di alternare i punti di vista tra narratore esterno e diario, ha creato un bel movimento all’interno della storia e soprattutto ha contribuito tanto alla creazione del clima che si respira.
Il romanzo ha mantenuto le sue promesse iniziali: ci fa capire, o meglio, ci fa intuire e ragionare su chi — o cos’è — il sequestratore di ricordi, ci fa porre tanti interrogativi, e questa cosa mi piace perché mette in condizione il lettore di riflettere.
Le uniche cose che mi sono piaciute un po’ meno sono due: in alcune scene c’è forse un po’ di ingenuità, che voleva essere casualità, però secondo me è molto difficile rendere questo tipo di circostanze e io sono anche molto esigente, purtroppo; la seconda, è stata la frettolosità che ho sentito in alcune scene, che stona un po’ con il ritmo generale un po’ più lento della narrazione.
Avevo rinunciato a tanto fino a quel momento della mia vita, tenendo sempre in considerazione le opinioni degli altri, ma questa volta non intendevo più farlo.
Nel complesso, Il sequestratore di ricordi mi è piaciuto, mi ha fatto interrogare su vari aspetti dell’animo umano, ho pensato a come avrei agito io se mi fossi trovata sia nei panni di Giuditta, che dei suoi figli; è un romanzo che si legge in fretta, ma si presta anche a una lettura più lenta se vogliamo soffermarci su alcuni passaggi più emotivi.
Se vi piacciono le storie brevi, che riassumono però tutta una vita, questo romanzo potrebbe fare al caso vostro, specialmente se vi piacciono i romanzi introspettivi, lenti, ma mai noiosi. Ve lo consiglio anche se non cercate una trama a effetto, ma una storia che vi scava piano piano dentro. Insomma, se vi piacciono i romanzi che parlano di mente, emozioni, rimozione e, in qualche modo, rinascita, Il sequestratore di ricordi molto probabilmente vi piacerà.
PRESENTAZIONE DEL LIBRO A SALERNO
Se vi trovate a Salerno (o dintorni) segnate questa data: il 31 luglio, alle ore 19, presso la Libreria Feltrinelli a Salerno, insieme all’autrice Filomena Arienzo parleremo de Il sequestratore di ricordi e dei temi che lo caratterizzano. Trovate tutti i dettagli nella locandina qui sotto 🙂


Titolo: Il sequestratore di ricordi
Autrice: Filomena Arienzo
Editore: Pav Edizioni, nella collana Storie di vita
Pubblicato nel: 2025
Formato: digitale, a 1,99€ e cartaceo a 11,50€
148 pagine
IL SEQUESTRATORE DI RICORDI – GUARDA IL VIDEO
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